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sabato 22 luglio 2017

Interesse nazionale e mediazione politica



(...oggi è l’ultimo giorno per le nomination ai MIA17. Dato che quest’anno dovremo essere miglior sito politico-d’opinione – come da istruzioni – elaboro una riflessione politica che ho già condiviso con voi e nella quale sono inciampato pochi giorni fa in circostanze fortuite. Andremo avanti così, di vittoria in vittoria, e già sto pensando a cosa dovrò scrivere quando l’unica categoria sarà rimasta il “miglior sito LGBTIXHGKJNAD” – confido nel fatto che nel tempo intercorso nuove lettere si saranno aggiunte all’acronimo. Sarà sicuramente meno noioso di quello che vi tocca leggere oggi...)

La lettrice di inglese di un’università europea dove ero in visiting mi propose un giorno il seguente quesito: “Come si dice in inglese bella donna?” Fiutando il trabocchetto, mi avventuravo guardingo verso uno scontato “a beautiful woman”, quando lei, inglese di Inghilterra, tranchant: “Tourist!”. Certo, essere un’isola ha i suoi pro e i suoi contro. Non è che i rimescolamenti di sangue siano mancati da quelle parti. Però, in effetti, se lo dicono loro, si vede che l’insularità qualche danno lo ha fatto...

Naturalmente ogni regola ammette eccezioni (fra le quali non era dato annoverare la sarcastica lettrice). Pensate alla regola del 3% (del deficit di bilancio pubblico sul PIL). Se la osserviamo (come si dovrebbe) su una media sufficientemente lunga, scopriamo, con nostra nulla sorpresa, che noi Italiani l’abbiamo rispettata, pur non potendo, per una serie di motivi, finanziarci a tassi negativi come i nostri fratelli tedeschi:



(la media va dal 1999 al 2017, i dati sono quello del WEO). Scopriamo anche, con nostra nulla sorpresa, che paesi “virtuosi” e salvatori de “Leuropa”, come la Francia, in media hanno violato la regola pesantemente, senza che per questo i loro giornali apostrofassero la loro popolazione così come il Fatto Quotidiano apostrofa noi.

Ci sarà un motivo, che però non sta all’economista ricercare, ma allo storico.

(...e prima, magari, al magistrato, il quale magari non interviene non perché sia schiavo dei poteri forti kittipaka ecc. – queste sono scemenze – ma semplicemente perché deve interpretare la legge, e esattamente come abbiamo visto evolversi nel tempo il comune senso del pudore, per cui oggi saremmo un po’ sorpresi se qualcuno multasse una donna in bikini, magari domani potrebbe evolvere il comune senso della dignità del paese – per cui, dopo aver riformato il sistema dei finanziamenti all’editoria, potremmo trovare sorprendente che venissero tollerati attacchi gratuiti alla nostra nazione, quegli attacchi che un amico mi diceva di lasciar correre, senza capire che esiste il metodo Juncker, e che quindi non è – solo – un caso se il giorno dopo in cui vi viene detto che siete delle merde da un organo di stampa il cui direttore ve lo ha già detto in diretta televisiva, un altro organo di stampa sferra un attacco frontale alla prima parte della Costituzione. Naturalmente l’amico che mi diceva di lasciar correre sul vilipendio tramite vignetta, poi proponeva di denunciare il vilipendio tramite brillante editorialista. Eppure i due sono oggettivamente connessi, vuoi perché entrambi riflettono lo spirito del tempo, e in particolare il tentativo delle élite finanziarie di arroccarsi nel loro potere delegittimando il voto popolare e le norme poste a tutela dei diritti dei lavoratori, e poi perché se si constata che tolleriamo oltraggi alla nostra identità nazionale – che oggettivamente non ha molto da rimproverarsi: vedi ad esempio il grafico precedente – qualcuno potrebbe ragionevolmente concluderne che tollereremmo che venga oltraggiata anche la nostra legge fondamentale. Si aprono le gabbie dei Soloni figli di facoltà minori. Ma, e qui sta il punto che vorrei attirare alla vostra attenzione, il magistrato non è tenuto a sapere cosa oltraggia la comunità della quale deve applicare, interpretandole, le leggi: quindi presupposto per l’evoluzione del “comune senso” di qualsiasi cosa è che chi avverte una lesione a un proprio diritto, se la avverte, la segnali. Non potete lamentarvi che la magistratura non intervenga, con tutte le cose che ha da fare, se voi non le segnalate che a vostro avviso certe parole, considerate gravi quando pronunciate da un privato cittadino in un comprensibile anche se inopportuno moto di stizza, lo sono oggettivamente molto di più se espresse a freddo da chi può avvalersi della potenza di diffusione e di penetrazione dei media. Ovviamente queste non sono istruzioni per l’uso, ma solo una semplice riflessione: non ha senso rispondere a un vilipendio alla nazione con un vilipendio alla magistratura, come alcuni hanno velatamente fatto su Internet. Avete dei diritti? Esercitateli! Solo dopo, se vi viene negata giustizia, il caso passa dalla sfera del potere giudiziario a quella del potere politico. Chiusa la digressione)...

Ci ripensavo, all’aneddoto sulle turiste, pochi giorni fa, arrivando a casa di un mio nuovo amico, di quei tanti che mi sono fatti facendomi tanti nemici, un amico che presto vi presenterò.

Era ospite a casa sua un’eccezione alla regola (non quella del 3%: quell’altra), e naturalmente anche lì il motivo c’era: non era inglese, ma gallese (and rather proud of it). Comunque, dato che, nonostante recassi in dono una saccocciata di CD, e fossi fermamente interessato a parlare di arte, ma anche (e soprattutto) di niente, l’amico, lui stesso artista, mi aveva presentato come economista, e dato che la gallese era migrata (come una sterna) a Londra, dove volete che andasse a parare il discorso? Ma naturalmente lì, sulla Brexit. Io, per non sbagliare, mi ero subito presentato come populista. Certo, un populista sui generis: accompagnato da una creatura splendida (per una volta la figlia), economista (forse), musicista (certamente, come attestavano i dischi di Brilliant), urbano, enciclopedico, facondo...

Rassicurata da tante apparenti virtù, l’eccezione apriva nel modo più classico: “Sono tanto preoccupata, il populismo, questa Brexit è una catastrofe, chissà cosa succederà...”.

Dopo quel momento di ascolto necessario ad accreditarmi come interlocutore aperto e simpatetico, muovo il cavallo (quello nero sulla scacchiera, non quello pezzato in corridoio, che poi, come sapete è una mucca): “Ma scusa, cara: io ti sono vicino nelle tue preoccupazioni, anche se vedi che noi qui non è che si stia molto meglio. Però, per aiutarmi a capire” (nel frattempo una desolata Uga, che l’impenetrabile barriera linguistica secludeva dal nostro discorso, derelitta, desolata, mi chiedeva: “Babbo, posso andare in piscina?” E io paterno, sorridente, per indole, ma anche per l’intento tattico di confondere l’interlocutrice, avvezza a vedere nei populisti dei bruti che rientrano in casa ubriachi per battere le mogli e violare i figli: “Certo, amore, sentiti libera...”) “aiutami a capire:” disais-je “a distanza di più di un anno, sapresti concretamente dirmi in cosa la situazione ti ha danneggiato?”

A domanda semplice, come in qualsiasi esame universitario, seguiva risposta confusa.
“Ma, no, forse niente, in effetti il lavoro prosegue, anzi, aumenta, però l’incertezza, sai, questo negoziato...”

Ora, a dirla tutta, nella mia interminata umanità (non sapete quanto io soffra a bloccarvi su Twitter: fa più male a me che a voi), nella mia inarrivabile capacità di mettermi nei panni del mio interlocutore, costruita in anni e anni di sessioni di esami, vedevo e comprendevo le sue ragioni. L’eccezione de cujus svolge un’attività di intermediazione fra Europa e Stati Uniti, con sede a Londra. Certo che con giornali che parlano di quarantene, visti, barriere, muri, ecc., l’idea che i tuoi clienti non possano venire a trovarti, peggio, che ti considerino un’appestata, tanto simpatica non deve essere.

Ed eccomi allora a ripetere, paterno, garbato, rassicurante, le solite cose (ma almeno in una lingua diversa): “Ma no, bisogna essere razionali! I media hanno interesse a drammatizzare, perché sono posseduti per lo più da persone che speculano sulla volatilità, ma la situazione non è così catastrofica. Ti ricordi cosa dicevano che sarebbe successo? Ti pare sia successo? No! E non è successo per un motivo: perché voi siete clienti di chi comanda in Europa, la Germania, e nessuno ha interesse a pestare i piedi a un proprio cliente. E poi, non c’è la globalizzazione? Magari può non piacere, però, alla fine, la bottom line è che tutto il mondo è mercato. Nessuno ha interesse a escludervi, ma se lo facesse non morireste di fame...”

Und so weiter, und so fort...

Insomma, tanto suadente era il mio eloquio, che l’interlocutrice si rassicurava... e a mano a mano che la seducevo, e si rassicurava, e che quindi la Brexit – come la vecchiaia – non le sembrava poi così male, considerando l’alternativa, paradossalmente, essendo ella creatura umana e benigna, veniva assalita dal senso di colpa, muovendo improvvidamente la donna (quella che era in lei, ma anche quella sulla scacchiera): “Certo però che la nostra dipartita (NdT: traduzione maccheronica di departure) penso vi crei un problema: senza l’Inghilterra, la Francia da sola non potrà contrastare la Germania, e questo vi indebolirà nelle vostre giuste rivendicazioni”.

Io non sono uno scacchista, ma so portare le persone dove voglio.

Ora la strada era tutta in discesa.

Preso un bel respiro, sorrido, e poi, appena appena stingendo nel condiscendente, e con giusto un soupçon (visto che era stata evocata la Francia) di quel « petit rire qui lui était spécial – un rire qui lui venait probablement de quelque grand'mère bavaroise ou lorraine, qui le tenait elle-même, tout identique, d'une aïeule, de sorte qu'il sonnait ainsi, inchangé, depuis pas mal de siècles, dans de vieilles petites cours de l'Europe, et qu'on goûtait sa qualité précieuse comme celle de certains instruments anciens devenus rarissimes », do il matto:

“Vedi, cara, a me stupisce sempre l’idea, così diffusa, anche da noi, che al fine di rendere l’Europa un luogo sostenibile per tutti i suoi membri questi siano costretti ad allearsi per combattere gli uni contro gli altri. Non ti sembra un po’ contraddittorio che ci si dica che l’Unione Europea ci ha dato la pace, e al contempo si sostenga che i suoi membri devono combattere, e combattere proprio fra di loro, per mantenerla, questa pace? Voglio dire: non mi stupisce affatto che lo scopo del gioco sia quello di conquistare la pace attraverso la guerra, per il semplice motivo che mi sembra sia sempre successo! Solo che, se le cose stanno ancora così, che bisogno abbiamo di unirci politicamente, che bisogno abbiamo di “nuove” istituzioni per giocare questo “vecchio” gioco eterno? In cosa Bruxelles ci aiuterebbe? Se il gioco è questo, possiamo giocarlo con i cosiddetti “vecchi” stati nazionali, non ti pare?”

Eh...

Già...

L’eccezione non pensava che io loico fossi... i populisti, si sa, son gente rozza: così gliela avevano raccontata i suoi giornali (tipo il Guardian). Fra una serata rutto libero al pub a parlare di fica, una partita di calcio, e il loro lavoro mediocre, dove potranno mai i populisti trovare il tempo per esercitarsi nel principio del terzo escluso?

E invece...

E invece, dopo cena, comme par hasard, si parlò di altro: di storia della musica, dell’editore delle Canzone di Frescobaldi che esplicitamente afferma di voler rompere il monopolio dei musicisti professionisti, di come nel Rinascimento la semiologia musicale fosse intenzionalmente oscura (più dei Trattati europei) proprio allo scopo di preservare il market power dei musicisti professionisti e delle loro corporazioni (avete presenti i canoni mensurali?), di quando l’Italia era market leader nel settore musicale, e dettava le forme del linguaggio, quelli che qui chiamiamo i frame e che in musica si chiamano i generi: l’oratorio, dove poi avrebbe primeggiato Handel (il cui ufficio è accanto quello dell’eccezione), l’opera, la sonata, il concerto (De Cavalieri, Monteverdi, Corelli, Vivaldi...), di Pergolesi che era morto tanto giovane, altrimenti la storia sarebbe andata in un altro modo, degli scavi di Pompei che erano iniziati prima di quanto credessi io (prima di Winkelmann), e delle stampe di Piranesi che erano state stampate dopo quanto credesse lei (dopo Corelli), di Handel e Bach che erano andati dallo stesso medico, il quale, al grido di “la scienza non è democratica!”, aveva accecato il primo e sostanzialmente ammazzato il secondo, della Germania est, dove erano nati i due ciccioni e il terzo genio, in un fazzoletto di terra, lì, fra Magdeburgo e Eisenach (saranno 200 km con Halle in mezzo, come Avezzano fra Pescara e Roma: a proposito, come avrete notato da uno dei link che non leggete a Halle ci sono dei tedeschi di un certo tipo, e sono lieto di tornarci a settembre...), e di chi era nato prima, e di chi era morto dopo, e di come a quell’epoca i tedeschi, che vivevano meglio il proprio complesso di inferiorità, anziché arroccarsi come irriducibili, sordi e tetragoni alle richieste di Francia e Italia, si ponevano esplicitamente al servizio di queste ultime due come mediatori culturali (naturalmente, in ambito musicale): pensate ad esempio a Bach, come parlava italiano e francese...

Insomma: di tutto, tranne che di politica, con mio grande sollievo: s’era capito che lì non c’era partita.

Con voi però (non se ne dolga la mia adorabile Nat) vorrei parlare proprio di politica.

Ecco, capita che spesso siano le cose semplici a sfuggire, e capita che sfuggano proprio a quelli che per anni mi hanno molato gli zenzeri con quella storia che sapete, quella vecchia solfa che siccome sono solo un economista, non posso capire la politica: una storia così stantia, che auspico sia definitivamente estirpata dalla nostra meritata vittoria quale miglior sito politico-d’opinione.

Allora parliamone, di politica, e parliamo anche di quelli che hanno assistito e tuttora assistono, col ciglio asciutto e le terga al riparo, al massacro di famiglie e imprese, da immolare secondo loro in nome di un’altra Europa.

E come dovrebbe essere fatta questa altra Europa?

Dovrebbe essere un’Europa dove la Germania ascolta gli altri.

E perché la Germania dovrebbe ascoltare gli altri?

Ma, appunto, perché, come si diceva sopra, questi si dovrebbero coalizzare contro di lei per farle una minaccia credibile.

E cosa dovrebbe risultare da questa minaccia?

Bè, è chiaro: una mediazione fra gli interessi nazionali: insomma: “e si letiha, però poi e ci si viene incontro” (per dirla in italiano).

Mi avete seguito (nonostante l’italiano)? Dov’è l’inghippo? Ma, a me pare chiaro, e forse, ora che la crisi delle sterne, pardon: dei migranti, ha reso plastica, sotto forma di “risorsechecipaganolapensione” ma che stranamente nessuno vuole a casa propria, l’idea finora evanescente di interesse nazionale, penso che non dovrebbe esservi molto difficile seguirmi.

Ci era stato detto che gli interessi nazionali non esistevano: non ne eravamo portatori, perché eravamo (o comunque eravamo permanentemente in procinto di diventare) cittadini europei, cittadini, cioè, di un “non stato” la cui “non cittadinanza” è “non regolata” da una “non costituzione”: un problema? No: un “non problema”, e anzi un’opportunità per chi, volendo impedirci di tutelare i nostri interessi, trovava conveniente sostituire i nostri interessi nazionali con “non interessi” sovranazionali!

Poi però gli interessi nazionali si sono affacciati prepotentemente alla ribalta: prima, in modo non intellegibile ai più, attraverso la crisi economica, ovvero quando sono venuti al pettine i nodi della libera circolazione dei capitali; ora, attraverso la crisi migratoria, che fa venire al pettine i nodi della libera circolazione delle persone: e qui, tutti hanno capito.

Bene: a mano a mano che gli interessi nazionali riacquistavano cittadinanza nel dibattito, bisognava accomodarne la scomoda presenza nel quadro di quello che continuava ad essere presentato come l’unico processo storico possibile, come una ineluttabile necessità: Leuropa (TM). Il problema era stato eluso, per un po’, dai furbi, alzando il livello dello scontro, o, per dirla alla romana “buttandola in caciara”: i problemi sono globali, si diceva (per dargli un’aura di oggettività, di preordinazione – in senso econometrico – rispetto alla sfera politica, si citava sempre il riscaldamento globale), quindi per definizione affrontabili solo su scala sovranazionale (che però, chissà perché, per noi doveva essere solo europea, e non mondiale, nonostante che gli Stati Uniti del Mondo non siano meno utopistici di quelli d’Europa, pur avendo in termini meramente logici molto più senso nel caso in cui interessi risolvere un problema mondiale)!

Ma il giochetto dei problemi globbbali, per quanto scaltro, ora non funziona più.

Le dinamiche che hanno portato qui tante persone disperate, per tanti motivi disparati, sono riconducibili a responsabilità nazionali, al modo (imperialistico) in cui alcuni nostri vicini hanno gestito i loro interessi nazionali. Non è come il buco dell’ozono, cui la sciampista di Milwaukee, molto generosa di lacca, ha contribuito tanto quanto la fabbrica di elettrodomestici cinese, poco amica dell’ambiente. Il problema che tutti vedono ha radici (e conseguenze) circoscritte e, ripeto, riconducibili al prevalere di alcuni interessi nazionali (quelli francesi) sui nostri. Per rendere Leuropa digeribile ci deve allora essere raccontato che nella dimensione sovranazionale diventerebbe più fluida la composizione degli interessi nazionali. Solo che, naturalmente, perché questa favoletta sia credibile, occorre agghindarla col presupposto di un bilanciamento dei rapporti di forza. Che Bruxelles sia controllata dai tedeschi è cosa di dominio pubblico. Segue quindi l’idea barocca che la pace si ottenga “alleandosi” con chi ha interessi simili ai nostri (la Francia, cioè quella che ci ha bombardato in Libia!) per combattere contro chi ha interessi contrari ai nostri (la Germania).

Ricorderete Renzi con Hollande “contro” la Merkel, ricorderete Gentiloni con Macron “contro” la Merkel... insomma: ricorderete la Merkel!

Noterete poi che questa posizione delirante (alleanza franco-italiana de che?) in tanto ha senso in quanto la si analizzi in una chiave strettamente economicistica, anzi: macroeconomicistica. In termini di fondamentali macroeconomici, certo, la Francia sta peggio di noi e avrebbe tutti gli interessi ad allearsi con noi. Siamo stati gli unici a dirlo da subito, traendone le conseguenze che dovevano esserne tratte (il fallimento interno di Hollande e presto di Macron). Ma la pretesa convenienza di un’alleanza franco-italiana (verosimilmente, per “forzare” la Germania a politiche reflazionistiche) emerge solo se si adotta questa chiave di lettura. Se invece si allarga l’orizzonte alla geopolitica, al controllo delle fonti di energia, e via dicendo, si capisce che quanto è successo in Libia non è casuale, ma è il corollario del fatto che i nostri interessi collidono con quelli francesi.

Capite l’assurdità?

Chi per anni mi ha rimproverato letture “economicistiche” della realtà, chi mi ha marginalizzato accusandomi di essere “solo un economista”, appoggia la sua proposta “politica” (più Europa attraverso l’alleanza dei buoni del Sud contro il cattivo del Nord) su una lettura dei fatti che è, questa sì, meramente macroeconomicistica!

Scusate, l’ho fatta lunga, ma “mi avvio a concludere”, come dicono i seminaristi, gli untuosi pretini smidollati e perbenisti “de sinistra”...

Una volta, quando c’erano le nazioni, accadeva che qualora gli interessi di una comunità nazionale confliggessero con quelli di un’altra si arrivasse al conflitto: un conflitto in cui, naturalmente, si combatteva per vincere. Il modello di integrazione che gli altreuropeisti ci propongono invece è quello di stati che non combattono per la vittoria, ma per avere la possibilità di mediare! Insomma: chi vince non ottiene quanto rivendica, ma può cominciare a discutere per averne (forse) la metà...

E qui si arriva il punto, che è molto semplice, tanto che in un mondo meno confuso non meriterebbe nemmeno di essere formulato: il livello ottimale al quale mediare gli interessi nazionali è per definizione quello nazionale.

So che sembra una frase lapalissiana, ma siccome ci viene raccontato il contrario, forse è opportuno ribadirla, e chiarirne le ragioni, che sono di due ordini. Una è contingente: non è in istituzioni ormai pesantemente infiltrate da una delle parti in gioco che possiamo aspettarci di trovare un luogo di rappresentazione ed ascolto equilibrato dei nostri interessi. Ma l’altra è strutturale: istituzioni che si fondano strutturalmente sulla perenne minaccia degli uni contro gli altri non sono politicamente sostenibili. Lo dimostra, per certi versi, il fatto che qualsiasi elezione nazionale metta Leuropa in fibrillazione! Quale altra alleanza fra paesi (l’ASEAN? Il MERCOSUR? Il NAFTA?) viene scossa alle fondamenta ogni volta che in un paese membro il popolo si esprime? Il fatto è che qui da noi il popolo, esprimendosi, varia la tensione delle minacce, che sono un po’ come sartie e stralli del vascello europeo: se li regoli male, c’è rischio di disalberare, e il piloto tedesco lo sa (apprezzerete l'uso della lingua).

In queste condizioni non può nascere alcun genuino spirito di solidarietà. Per lo stesso motivo per il quale il modello di integrazione proposto previene la formazione di solidarietà (come direbbe un tubetto di dentifricio), possiamo dire che esso attivamente dissemina scontento ed odio. In effetti questo è quanto stiamo osservando, come osserviamo svilupparsi di fronte ai nostri occhi la consueta tattica del potere, qui da noi impersonato dalla terza carica dello Stato, che consiste nell’addossare alle vittime la responsabilità delle loro disgrazie. Se si affermano discorsi violenti, ci si vuole convincere che la colpa non è di un sistema violento, i cui leader ci esortano a (o ci promettono di) minacciare i nostri vicini per ottenere con la violenza – delle parole – quanto ci spetta. Ci viene fatto capire che la colpa è dei mezzi che le persone usano per esprimersi, e più in generale del fatto che le persone desiderano esprimersi.

Fra un po’ scioperare, o dire che l’immigrazione incontrollata porta al degrado socioeconomico, diventerà un crimine. Non posso che attenermi a quanto dissi a gennaio su La7: avrei passato quest’anno a ripetere “ve lo avevo detto”, e i più attenti di voi si ricorderanno che in effetti penso di essere stato fra i primi a evidenziare il carattere fascista di questo regime, fin dall’articolo del 2011 sul manifesto (ai tanti cari nostalgici ricordo che in quel contesto detti anche la mia definizione di questo termine: se poi volete convincermi che nel ventennio ci fosse libertà d’espressione, buona fortuna)! Reprimere la libertà di espressione è lo sbocco naturale di un sistema che per imporre l’ordine “naturale” dei mercati deve livellare le differenze culturali, criminalizzando l’idea che un francese sia francese, uno spagnolo spagnolo, un italiano italiano, un tedesco tedesco. L’unica sfera in cui le diversità vanno tutelate, anzi: moltiplicate!, è quella sessuale: forse perché quelle “diversità” danno meno fastidio di altre nel mondo dello one-size-fits-all, e così conviene farle passare per rivoluzionarie, il che, fra l’altro, permette al potere di presentarsi come poliziotto buono rischiando tutto sommato molto poco, mentre il poliziotto cattivo cerca di convincerci che si vis pacem, age bellum...

Tanto semplice, ma tanto profonda è l’irrazionalità del progetto, che fra cinque anni, ne siamo sicuri, se ne accorgerà anche il Financial Times. Nel frattempo, a noi non resta da fare altro che resistere, non cadere nelle provocazioni, mantenere in vita l’idea che se non c’è alternativa non c’è politica, e quindi, in piena coerenza, mandare sistematicamente a casa i politici che ci dicono che non c’è alternativa, per il semplice fatto che se dicono questo non sono politici. Non è un vaste programme, e non è nemmeno uno sterile passatempo. Sono cose alla nostra portata, e siamo sempre di più a lavorarci...


(...se non avete votato, fatelo: anche questo servirà a far leggere a persone ignare parole di buon senso, e servirà a ingrossare le fila di quelli che non vogliono che l’Italia sia vilipesa e la sua costituzione alterata...)

I danni del pensiero magico

Ricevo da un imprenditore:

"Siamo azienda a zero debito. Proponiamo a nostra banca finanziamento per investimenti industriali, coperto all'80% -tra garanzie regionali e nostre dirette- e cofinanziato al 50% da fondi di natura pubblica. Risposta: Non sappiamo se ci convenzioneremo con il progetto regionale. Dove, quando è finita la razionalità economica e è iniziato il mondo magico?"

Semplice. È iniziato quando un populista (Romano, con la maiuscola) ha lanciato il messaggio demagogico che l'euro avrebbe risolto i nostri problemi. Da allora lui ha risolto effettivamente i suoi (forse il "nostri" era un plurale majestatis), mentre i nostri sono iniziati, prima in modo subdolo, col troppo credito che ha allentato il vincolo di bilancio di tutti gli operatori economici, incentivando comportamenti inefficienti e concausando fra l'altro la stagnazione della produttività, e poi in modo esplicito (vedi il virgolettato) con la inevitabile crisi bancaria e il conseguente credit crunch. 

Nel frattempo, veniamo nutriti di pensiero magico, di soluzioni illusorie dai veri populisti: quelli che propugnano l'integrale abolizione delle frontiere (i compagni dell'Economist), quelli che vogliono curarci con più tumore, pardon, più Europa. 

Di questi ultimi parliamo dopo: questo è un post breve, da aifòn, e anche per questo non ci trovate link (ma se siete qui, vi sarebbero inutili, e comunque non li leggereste)...








venerdì 21 luglio 2017

Altezza, mezza bellezza


La statura è tornata quella della foto, ma senza bisogno della prolunga. È bello sentirsi inutili. Spero di esserlo presto anche per voi. Saremmo liberi (soprattutto io).

giovedì 20 luglio 2017

Banche: i nodi vengono al pettine

Abbiamo detto tante volte (l'ultima volta qui grazie a Charlie Brown) che la crisi bancaria non è terminata. Per farvi capire dov'è la magagna non ve la butto tanto sul tecnico (mi scuseranno quelli che vogliono a tutti i costi sentirsi intelligenti): buona parte dei crediti erogati dal nostro sistema bancario sono "assistiti" da garanzie reali, non nel senso di rex, ma nel senso di  res (che in latino vuol dire "cosa"). La "cosa" che garantisce il credito di solito è una casa, o comunque un immobile. Sì, proprio quel tipo di bene nel quale ci viene detto in modo assolutamente bipartisan che abbiamo investito "troppo".

Va da sé che se il prezzo degli immobili crolla, o anche semplicemente cala, la garanzia da reale diventa immaginaria: chiedi un mutuo di 80 per acquistare una casa che vale 100, mettendoci magari i 20 di tasca tua, ma se quando hai ripagato 10 ti trovi con la casa che vale 60, è chiaro che anche vendendola la banca non rientrerà dei soldi che ti ha dato (le cifre ovviamente sono immaginarie e tonde solo per esemplificare il concetto).

Ora, ieri il Sole 24 Ore ci ha informato che i prezzi delle case stanno risalendo ovunque nell'Eurozona, tranne che in Italia e in Croazia. E oggi Morya Longo, caro a quelli di voi che gli inviano appassionate missive dimenticando le sagge parole di Upton Sinclair, ci informa dell'ovvio: la crisi bancaria si autoalimenta e provoca una massiccia distruzione di valore degli immobili, cioè una effettiva distruzione di ricchezza reale delle famiglie. Questo per il semplice motivo che quando le banche in difficoltà escutono i loro debitori, ottengono due risultati:

1) che vengono immesse sul mercato grandi quantità di immobili (e l'offerta deprime il prezzo) per di più attraverso il meccanismo dell'asta immobiliare (che Longo chiama giustamente un harakiri economico);

2) che i proprietari (o ex proprietari) degli immobili escussi, sapendo che il loro bene andrà alle banche, rinunciano ovviamente a spendere i soldi che non hanno per manutenerlo, il che ne provoca un ulteriore rapido scadimento di valore intrinseco.

Inutile dire che questa è una perdita di ricchezza vera: è la diminuzione del prezzo di un asset nella valuta del paese, non in una ipotetica valuta estera. Se la tua casa vale il 20% di meno in dollari, la cosa non ti interessa e nemmeno te ne accorgi, a meno che tu non sia intenzionato a venderla per andare a stabilirti negli Stati Uniti (capiterà pure a qualcuno, ma non è la norma). Se la tua casa vale il 20% di meno in euro, sei più povero del 20%. Questo è il motivo per il quale, a differenza di quanto dicono certi tromboni stonati, le precedenti esperienze di svalutazione non sono mai state accompagnate da un drastico calo della ricchezza. Ma questo calo, invece, ora, dentro l'eurone che ci protegge, è alle porte. O meglio: è alle porte una sua accelerazione, perché il processo di calo del valore della nostra ricchezza è in corso dal 2007, come vi ho fatto vedere qui, e come certi giuristi (ma anche certi economisti e comunque certi guitti) ignorano.

Per inciso, questo è il motivo per il quale nel 2016 si è "semplificato e snellito" il diritto fallimentare! Per FARE PRESTO! prima che il valore degli immobili a garanzia si liquefacesse. Ma naturalmente, siccome i giuristi fanno le pentole, ma i coperchi li fa il mercato, se "snellisci" (cioè acceleri) l'immissione di immobili sul mercato non fai che accelerarne, pardon: snellirne il prezzo, che diventa in effetti tanto più smilzo quanto più FAI PRESTO!

Quindi: per evitare di vendere un immobile cadente, svendi un immobile che sta in piedi. Ma il risultato, in termini finanziari, è lo stesso, ed è un disastro.

Segue un breve commento del solito Charlie Brown:

ARTICOLO IMPORTANTE (Ndr: quello di Longo) – FANNO VENIRE (INAVVERTAMENTE) A GALLA LA VERITA’

Questi biscazzieri bancarottieri vogliono lucrare sulle aste immobiliari.

Ma se leggi tra le righe (ancora una volta : non tanto) vedi che alla prova del nove le garanzie dei bedlòns (Ndr: bad loans, crediti non esigibili o difficilmente esigibili) che sono stati venduti a 40-45%  valgono meno di un terzo del loro valore di libro.

Il che vuol dire che quei bedlòns “immobiliari secured” sono per lo più in realtà praticamente equivalenti ai bedlons non garantiti.

DUE SEMPLICI CONTI DELLA SERVA (COME FACEMMO PER GLI NPL QUASI DUE ANNI PRIMA CHE IL TEMA VENISSE FUORI)

se la garanzia immobiliare era stimata in 60% del bedlòn ora non ne vale più del 60/3,5 =  17% 

(Ndr per quelli di sette mesi: 3,5 si ricava dividendo 88 per 25: l'articolo di Longo vi spiega a cosa corrispondono questi valori, ma siccome anch'io ho avuto due figli prematuri, per solidarietà chiarisco: 88 è quanto si pensava valessero gli immobili complessivamente posti a garanzia, 25 è quanto Longo confessa che in effetti valgono oggi sul mercato. Il resto sono proporzioni, che anche Uga sa fare: 88:25 = 60:17 - con qualche lieve errore per arrotondare le cifre. Alles klar?)

Considerando un 40% di bedlòns del cazzo che valgono sì e no 5%, 40% di falsi bedlòns secured che valgono 17%, 10% di bedlòns ben secured che valgono il 40%, e 10% di bedlons  che valgono non più del 10% otteniamo 14%, ossia PIU’ O MENO QUANTO HA PORTATO A CASA MONSIEUR MUSTIER (Ndr: che ha portato a casa il 13%, come ci ricordava il Sole 24 Ore).

Ps1. Queste le rilevazioni d’asta “as is” – inondando il mercato di immobili  garanzia in una economia stagnante per l’euro  i prezzi degli immobili andranno sempre più giù

Ps2 : la storia delle banche che si organizzano internamente per rivitalizzare il mercato delle garanzie con tanti bei portali IT è puro bullshit (Ndr: non me ne voglia il dr. Longo. Relata refero). Serve a imbonire analisti ed azionisti ed a dar da lavoro a bancari che altrimenti sarebbero già disoccupati.

[Nota per i diversamente familiari con i libri senza figure: qui finisce la citazione di Charlie Brown, che, come tutte le citazioni di autori terzi in questo blog, è scritta in font Courier].

Che dire? Ma... non molto. Aspettando che Leuropa decidesse quali erano le sue regole per gestire il nostro sistema bancario, abbiamo fatto deteriorare ulteriormente la situazione. Il diavolo, ovviamente, è nei dettagli. Il Sole 24 Ore ci informava dell'accordo concluso da Mustier in questi termini. E il solerte Charlie Brown commentava per me pochi giorni addietro (ricomincia il Courier):

ARTICOLO IDRAULICO MOLTO IMPORTANTE (Ndr: per Charlie Brown "idraulico" significa: "che spiega il funzionamento dei flussi finanziari"):

Se leggi bene tra le righe (ma neanche tanto) vedi la “gabola”.

Come fa Banco-Bpm ad ottenere il 38% quando Unicredit ottiene solo il 13%?

Vogliamo dire che i milanesi avevano solo sofferenze immobiliari garantite da “immobili di pregio”?

E poi questi “immobili di pregio” quanto si pensa valgano oggi con un mercato in devastante crisi di domanda ?

Quindi i bilanci bancari  non sono leggibili ad un operatore finanziario esterno – e l’equity delle banche non vale un cazzo: se ci investi sicuramente perdi valore! Strano come quello che ha chiesto ed ottenuto 13 miliardi d al mercato vero dietro promessa di trasparenza  ora non riesca a vendere al 30% ma solo al  13%.


(...forse non è chiaro: vogliono le nostre case. Hanno mandato un ampio spettro di economisti, da Monti a Piketty, a dirci che - in fondo - ce lo meritiamo, l'esproprio: la casa è "improduttiva". Sono arrivati questi espertoni, a rincalzo di un frame comunicativo lanciato dalla Bce - quella che ha scritto il programma del PD - sul quale perfino De Grauwe, un finto "non allineato", ha avuto da ridire. Ma si sa: è la Bce che traccia il solco, e il Bruegel che lo difende... Sì, certo, i colleghi "problematizzano", dicono che c'è una ricca research agenda, dicono che è strano che un paese che risparmia tanto come la Germania appaia in media così povero - qui va anche detto che parte di quei risparmi sono delle imprese, non delle famiglie: profitti reinvestiti, ecc. - ma intanto il messaggio che passa è che noi cialtroni del Sud siamo ricchi e quindi siccome noi abbiamo fatto il danno - non le loro banche - ora dobbiamo metterci una pezza con le nostre case. Oggi Cristiano Manfrè su Twitter ha espresso la sua disperazione. Una torma di improvvisati patrioti si è alzata cingendo la testa dell'elmo di Scipio e accusandolo di disfattismo. Ma è anche vero quello che mi diceva ieri sera Marco Basilisco: "Gli italiani, perché non reagiscono? Gli hanno toccato i redditi, poi i figli, ora anche le case: che altro ci vuole?" Non lo so. Io so solo che per molto tempo ho abitato all'angolo fra via degli Scipioni e via Fabio Massimo. Una interessante intersezione. Deve avermi influenzato subliminalmente. Ma... non è questo il momento di temporeggiare: lo staff mi aspetta, dobbiamo fare un sopralluogo... Voi riflettete, e cercate di capire qual è la vostra linea del Piave: il Jobs act non ha funzionato, la Buona scuola meno che meno, la svendita delle vostre case sembra non vi interessi... Così, però, lo straniero passa, cari amici...)

lunedì 17 luglio 2017

De piddinitate juridica



Egregio Professore,

Ho indugiato molto prima di scriverle queste righe e rimango tuttora nel dubbio se la mia piccola testimonianza – di certo simile a tante altre che quotidianamente le giungono – valga anche solo qualche minuto del suo tempo prezioso. Tuttavia, l’immensa stima che ho maturato per lei e per il lavoro che ha portato avanti in questi anni – a tratti nella più totale solitudine – mi impone, anche solo per la riconoscenza civile che debbo al principale responsabile del mio rischiaramento intellettuale, di lasciare traccia scritta di queste riflessioni. Ovviamente ne faccia ciò che crede, compreso cestinarla dopo aver letto le prime righe.

So che ci tiene molto alle presentazioni. Condivido con lei la passione per questa spesso trascurata consuetudine e faccio immediatamente una full disclosure, come direbbero “quelli bravi” tra i suoi colleghi. Mi chiamo Guidubaldo Sforza Pallavicini (lo so, i doppi cognomi sono sempre sospetti, ma sono in buona compagnia, tra gli altri, di Luciano Barra Caracciolo), e sono – ancora per poco – un dottorando in diritto presso l’Università degli Studi di Piddinopoli. Sono da circa un anno e mezzo un avido lettore – sebbene non commentatore – del suo blog, di cui ho letto tutti i post e i materiali didattici iniziatici. Ho acquistato e letto i suoi libri, e ho deciso quest’anno di devolvere il 5x1000 ad a/simmetrie. Spero di potere contribuire anche in altre e più tangibili forme in futuro, sebbene la precarietà reddituale di un borsista non mi consenta di fare sicure previsioni a lungo.

Come vede “non sono un economista ma…” (incipit canaglia!) mi occupo di temi non del tutto estranei al nucleo della sua riflessione economica e politica, specie con riferimento alle questioni tecnico-giuridiche che riguardano i rapporti tra il nostro ordinamento e quello dell’UE in tutte le sue manifestazioni istituzionali. Come molti, sono arrivato al capezzale del suo blog e alla lettura dei suoi libri – così come di quelli di LBC – poiché nel corso degli studi mi sono progressivamente reso conto che molte cose non tornavano nella “grande narrazione” euro-europeista; narrazione di cui le discipline giuridiche – specie il diritto costituzionale – sono state in questi anni, salvo qualche isolata eccezione, una costola fondamentale, nel contesto di un miope ed a tratti asfissiante conformismo intellettuale.

Sebbene grazie alla familiarità con la grande dottrina classica di diritto internazionale, tradizionalmente attenta ai profili della sovranità e della statualità, avessi già alcuni strumenti per decrittare i messaggi impliciti nella monodia del mainstream globalista, eurista e post-nazionale, difettavo degli strumenti analitici propri della scienza economica per comprenderne a fondo le implicazioni sociali e politiche, in ultima analisi tendenti al ri-orientamento strategico del conflitto distributivo a danno del potere contrattuale del lavoro (complessivamente inteso, senza sterili distinzioni pubblico/privato; dipendente/autonomo; ecc.) e a beneficio del capitale (rectius, di alcuni capitalisti e creditori dei Paesi del Nord mercantilista, evidentemente “più uguali degli altri”). La lettura del suo blog e dei suoi libri mi ha fornito i tasselli mancanti del quadro concettuale, complementare a quello giuridico, assolutamente indispensabili ad affrancarmi dalle piaghe del luogocomunismo e dell’autorazzismo purtroppo dilaganti anche nel mondo accademico e professionale del diritto.

Nei suoi scritti lei ha molto spesso posto in evidenza la necessità di tornare a coltivare “le basi” della scienza economica, contrastando in modo frontale l’atteggiamento di molti suoi blasonati colleghi che hanno contribuito al sistematico pervertimento di quelle acquisizioni scientifiche che avrebbero consentito di prevedere il disastro a cui ci ha condotto il disegno politico della moneta unica. Quello che vorrei aggiungere – senza peraltro pretendere di dire nulla di molto originale – è che quella stessa battaglia per la “dignità della professione” è assolutamente necessaria anche nel campo, l’unico in cui sento di potermi esprimere secondo la massima benedetta “ognuno parli di ciò che sa”, delle scienze giuridiche. Come sottolineato più volte da LBC nei suoi scritti, il deficit di coscienza critica o, se si preferisce, l’apostasia di una professione rispetto ai cardini dello statuto metodologico e scientifico della propria disciplina, non è un problema esclusivo della scienza economica ma è appunto comune anche al mondo del diritto.

Ritengo che questa deprecabile situazione sia frutto di un cosciente disegno di destrutturazione della formazione giuridica, evidente fin dalla organizzazione dei corsi di studio delle nostre facoltà di giurisprudenza. Guardando in retrospettiva la mia carriera di studente credo di poter individuare alcuni momenti fondamentali di trasmissione del “dispositivo ideologico” globalista ed europeista acritico. Ricordo, ad esempio, che quando al corso di diritto costituzionale si arrivò a trattare della parte della Carta sui rapporti economici, questa fu sostanzialmente liquidata nelle lezioni e nei manuali con un discorso del tipo: “Questa parte della Costituzione, che prevede ampie facoltà e persino obblighi di intervento dello Stato nell’economia a tutela di diritti fondamentali nella sfera economica, risulta oggi in larga misura superata dagli sviluppi del diritto comunitario”, con buona pace del profondo dibattito in seno alla Costituente sui temi del lavoro e dei diritti sociali che aveva animato i lavori preparatori della Carta. Molti si sono sinceramente convinti che le norme della Costituzione possano essere soggette al fenomeno della desuetudine, in spregio alla banale constatazione che la forza precettiva di un testo normativo non dipende dal tempo trascorso dalla sua entrata in vigore o dalla frequenza della sua applicazione, bensì dal rango che quelle norme rivestono nell’ordinamento e che gli interpreti sono chiamati a riconoscere (tanto per capirci il fatto che le condanne per incesto si contino sulle dita di una mano dal codice Zanardelli ad oggi non toglie che l’incesto sia un delitto e non rende – fino ad abrogazione o dichiarazione di incostituzionalità – l’articolo 564 del codice penale “meno legge”. Così l’articolo 47 della Costituzione in tema di tutela del risparmio non diviene norma costituzionale minoris generis per il mero fatto dell’adozione di norme europee ad es. in tema di bail-in). Parallelamente, nei corsi di “diritto costituzionale dell’Unione Europea” (ricordo che con una certa onestà il mio professore diceva di insegnare “una cosa che non esiste”), si tratteggia agli studenti l’epopea progressista dello sviluppo di principi quali il primato del diritto dell’Unione sui diritti nazionali o della diretta applicabilità delle direttive non attuate dallo Stato, quasi fossero sviluppi “naturali” ed inevitabili del rapporto tra ordinamenti, senza analizzarne compiutamente le implicazioni pratiche o i necessari contrappesi nell’ottica del diritto interno degli Stati. Le pur timide resistenze delle corti costituzionali nazionali sono spesso viste come pericolosi esempi di “patriottismo e nazionalismo costituzionale”. Nei corsi avanzati di diritto internazionale, laddove si parla di tutela sovranazionale dei diritti umani – peraltro spesso ricostruiti nell’ottica limitata dei soli diritti civili e politici – si tende a dipingere univocamente lo Stato come il principale ostacolo alla loro realizzazione, anziché come il primo e principale baluardo istituzionale della loro tutela (certo, eventualmente assoggettabile su basi multilaterali ad istanze esterne di controllo, ma sempre in chiave estensiva dei diritti soggettivi e di assicurazione di uno standard minimo convenzionale sotto al quale gli Stati non possano scendere). Qualche responsabilità la portano persino gli storici del diritto i quali, nel pur lodevole intento di mostrare come siano storicamente esistiti ordinamenti giuridici effettivi anche in assenza di un’organizzazione accentratrice di carattere statuale (come avveniva prima del consolidamento degli Stati nazionali) finiscono implicitamente per fornire una impropria giustificazione “storiografica” ai disegni di diluizione ed espropriazione progressiva delle sovranità statali ad opera dei processi di globalizzazione e di espansione delle competenze degli ordinamenti sovranazionali (e non propriamente inter-nazionali) come l’UE. Per non parlare poi delle cose che si sentono dire per bocca di certi giuslavoristi fautori di proposte scimmiottanti la flexicurity (ovviamente quella di Paesi extra-euro come la Danimarca). E si potrebbe proseguire oltre con esempi tratti da altre discipline.

Così vanno stratificandosi in ogni direzione i pregiudizi e la diffidenza verso lo Stato e le sue tradizionali attribuzioni sovrane, preparando terreno fertile per l’impianto della ideologia della cessione di sovranità sotto la pressione del vincolo esterno. Tutto ciò che limita e costringe la capacità di disposizione-decisione della sfera politica nazionale è automaticamente percepito come buono, auspicabile, progressivo. Qualunque processo che si opponga a tale liquidazione coatta dell’autonomia istituzionale dello Stato, o che semplicemente esiga che tali limitazioni siano poste in essere “in condizioni di parità con gli altri Stati” e con adeguate compensazioni di carattere democratico, è invece considerato cattivo, deprecabile, regressivo.
Il tutto è poi aggravato dalla deriva verso la de-nazionalizzazione degli studi giuridici: ovunque sorgono corsi di laurea – perlopiù in inglese – nei quali non si studia, almeno in prima battuta, uno dei tanti diritti nazionali come base imprescindibile per l’apertura internazionalistica o la comparazione giuridica, bensì un’accozzaglia di sedicenti common core principles comuni ai diritti nazionali (che pure in alcune aree esistono), senza alcuna contestualizzazione storica, culturale, geografica. Siamo cioè di fronte al tentativo, ormai in via di compiuta realizzazione, di creare il perfetto “giurista europeista” che sa poco di tutti i settori materiali del diritto e di tutti gli ordinamenti nazionali, ma ha completamente introiettato i dogmi del globalismo e dell’europeismo, che nulla hanno a che vedere con un sano internazionalismo che presuppone, senza negarlo, il pluralismo delle soggettività statali sovrane. Siamo così di fronte a una figura di tecnocrate del tutto fungibile e organico alla riproduzione di una burocrazia impersonale e lontana dalla percezione della legittima pluralità – e del relativo conflitto – tra diversi interessi sociali tanto sul piano dei rapporti interni, tanto su quello dei rapporti internazionali. In questo senso l’ideologia dominante presso buona parte delle cattedre delle facoltà di giurisprudenza sta in rapporto simbiotico con le altre euronarrazioni “politiche” fondate su un virulento anti-statalismo, in tutte le loro grottesche e metamorfiche varianti: quella “de destra” (liberismo ingenuo e caricaturale dello statoladro); quella pseudocolta dominante e “de sinistra” (gli Stati nazionali brutti causano la guerra quindi…ci vogliono gli Stati Uniti d’Europa) e quella “ortottera” (Stato corotttto e partitocratico da abbattere a favore della rete/democrazia diretta e via concionando).

Si viene in questo modo a creare, nelle menti dei giovani giuristi e indipendentemente dalla professione che verranno a svolgere (probabilmente nessuna nel prossimo futuro considerata la situazione delle professioni liberali già descritta nella recente lettera di un altro suo lettore…), un frame concettuale che non esiterei a chiamare piddinitas juridica, sostanzialmente refrattario ad ogni prospettazione fattuale o valoriale alternativa e quasi inscalfibile anche per mezzo di una accurata opera di persuasione razionale. Costoro, così come il piddino generico, reagiscono con riflessi pavloviani e altri meccanismi di protezione (ad esempio tramite “insulti” quali antieuropeista, nazionalista, sovranista, ecc.) a qualsiasi tentativo di insidiare i dogmi giuridici che delimitano il perimetro della loro comfort zone intellettuale. Capisco la sua frustrazione nei confronti dei colleghi e di una parte del pubblico più vasto che crede alle loro scempiaggini e ne ho tratto un importante insegnamento esistenziale. Costoro, salvo qualche rara eccezione, non possono essere convinti razionalmente, anzitutto perché rifiutano la prima regola del dibattito argomentativo: l’essere disposti a ritirare un argomento o un set di credenze di fronte ad altri argomenti ampiamente suffragati dai dati e che soddisfino – a differenza dei loro pseudoargomenti con annesso campionario di fallacie logiche – il principio di non contraddizione e del terzo escluso. In subordine, la pavidità e mancanza di coraggio intellettuale impedisce loro di prendere atto di “essere stati sempre presi per il culo” (come direbbe Fantozzi), e di ripartire da capo una volta elaborato il lutto (il che comporta anche rivedere la propria posizione verso quei “padri nobili” che godono ancora di un credito politico intoccabile, oggetto di un vero e proprio tabù). Insomma, inutile perder tempo con soggetti del genere, salvo che gli si voglia così bene da provare a convincerli per puro spirito di altruismo. Peraltro, ho riscontrato che i non frequentissimi casi di resipiscenza sono frutto di epifanie “artistiche” più che di ragionamento, da cui l’importanza di veicolare il messaggio – come lei fa in modo magistrale – attraverso ogni possibile suggestione letteraria, artistica e musicale.

            Tornando al mondo del diritto, una plastica dimostrazione di come l’atteggiamento che ho descritto si annidi ai vertici dell’auctoritas accademica giuridica, la ho trovata recentemente guardando il video di in una lectio magistralis tenuta ad alcuni studenti da Sergio Bartole, notissimo giurista e professore emerito di diritto costituzionale. Stiamo parlando di un peso massimo tra i costituzionalisti (verrebbe da dire “vile razza”…), senza dubbio un maestro degli studi giuridici italiani. Ebbene, rispondendo a una domanda sui vincoli esterni ed impliciti alla potestà legislativa dello Stato, imposti a suo dire dalle dinamiche della globalizzazione, l’augusto professore si è lanciato in una vibrante critica alla prospettiva di ritorno alla valuta nazionale inanellando uno dopo l’altro i classici topoi euristi: svalutazioni competitive (la liretta); la credibilità su cui peserebbe il debbbbito pubblico; l’inflazione nemica dei salari; l’aumento del costo dei beni importati (“la sua auto giapponese e il suo viaggio all’estero diverrebbero molto più cari”); spingendosi fino a dire a un giovane di vent’anni anni “chieda ai suoi nonni o genitori cosa accadeva ai loro risparmi quando svalutavamo”, per chiudere sulla solita storia della incapacità degli italiani di governarsi da soli. Nihil sub sole novi, vista la quasi totale organicità di questa categoria di professionisti del diritto rispetto alla narrazione europeista. E tuttavia, di fronte a un tale fuoco di fila, cui nessuno ha ovviamente osato controbattere alcunché (un bel “ma lei che ne sa?” ci sarebbe stato tutto), v’è da chiedersi cosa spinga queste persone autorevoli a deformare il passato in modo così grossolano, trasmettendone una immagine falsata ai giovani, nel tentativo di convincerli che oggi le cose vanno tanto meglio di allora.

Io non so a quale passato faccia riferimento il Prof. Bartole, ma so che limitandomi all’esperienza dei miei cari posso testimoniare di come al tempo della liretta i miei nonni, contadini da parte di madre e operai da parte di padre – certo con molti sacrifici – hanno potuto garantire ai loro figli un avvenire sicuro, lasciando loro anche qualche bene in dote. So che i miei genitori, pur non avendo fatto studi universitari, hanno potuto sposarsi e mettere su famiglia attorno ai venticinque anni, il tutto senza trascorrere un giorno da disoccupati e garantendo a me la stabilità e la possibilità di fare studi universitari e post-universitari. So che mio zio, col solo diploma di perito meccanico, è diventato apprezzato dirigente e poi capo struttura di un importante impianto termoelettrico. Al contrario, so che nell’era dell’eurone mio padre ha dovuto chiudere a quasi 60 anni una piccola attività manifatturiera vocata all’esportazione, rimanendo in una situazione reddituale ai limiti della povertà, tirando avanti con qualche lavoro saltuario. So che la sua attuale compagna lavora per una cooperativa come assistente in una casa di riposo con turni assurdi e ad uno stipendio misero. So che mia madre, essendo passata attraverso più lavori di segreteria presso diversi enti pubblici e privati, ha paura a far conteggiare i costi della riunione delle sue posizioni contributive e anche solo a vedere calcolata una previsione su quando potrà andare in pensione (grazie a riforme la cui inutilità è certificata financo dalla Commissione europea). So che il suo secondo marito aveva costruito una solida posizione come avvocato e oggi, pur tenendo botta grazie ad una clientela selezionata, si trova con un reddito drasticamente decurtato da quella stessa crisi che spinge migliaia di persone a non cercare tutela giudiziaria dei propri diritti perché non può permetterselo. So che l’80% dei coetanei con cui ho mantenuto contatti si barcamena tra impieghi precari o comunque lontani dai propri studi, spesso con scarsa soddisfazione economica e professionale. Quei pochi che hanno una posizione stabile – salvo rare eccezioni – sono quelli che non hanno proseguito negli studi universitari o che si sono trasferiti all’estero, portando via non solo competenze ma, com’è ovvio, anche la loro buona fetta di domanda aggregata. Non mancano tuttavia quelli che nemmeno oltreconfine hanno trovato fortuna e sono tornati con le pive nel sacco. La cosa avvilente è che molti tra coloro “che ce l’hanno fatta”, purtroppo anche tra gli amici più stretti e sedicenti “de sinistra”, hanno perso qualsiasi afflato di solidarietà verso i propri simili e vanno in giro a sostenere che i mali che ci affliggono come Paese sono tutti e soltanto di natura endogena e che i disequilibri economici continentali, di cui l’euro è stato il detonatore, non vi hanno nulla a che vedere. Ora, di fronte a questa narrazione da universo parallelo – considerato che ormai gli strumenti per un’analisi non miope della realtà sono ampiamente disponibili – le ipotesi sono due, entrambe ugualmente gravi: o costoro non sanno di cosa parlano (e allora bisognerebbe astenersi dal parlarne, specie per coloro che godono del credito di autorevolezza discendente dalla propria posizione accademica o professionale), oppure vi è vera e propria malafede nel distorcere artatamente i fatti (e allora emerge chiaramente l’intenzione di inquinare i pozzi che sta dietro a queste narrazioni). L’alternativa insomma è ormai tra “stupidità o tradimento”. Tertium non datur.

Per concludere sul punto, mi sembra ultroneo ricordare come nel “grembo accogliente” delle nostre comunità accademiche – anche nel campo giuridico – non vi sia quasi spazio per voci realmente dissonanti, le quali vengono sistematicamente emarginate o derubricate a “esotismo” intellettuale. Solo il dissenso cosmetico e di facciata, ossia quello di chi prima critica norme e istituzioni disfunzionali o eversive salvo poi formulare diagnosi di irrefragabilità di tali assetti per asserita mancanza di alternative percorribili, è tollerato e anzi incoraggiato come manifestazione di arricchente pluralismo.

Tra le tante cose che ho imparato leggendola, forse la più preziosa riguarda il disvelamento del ruolo autenticamente regressivo e deformante di tutti i media mainstream nel plasmare le categorie politiche ed esistenziali del nuovo homo œconomicus europeo denazionalizzato, soprattutto nella sua variante (anti)italiana. Peraltro, chi viaggia molto per lavoro e per studio come lei sa che questa scientifica opera di disinformazione viene parallelamente condotta in tutti i Paesi europei secondo specifiche varianti “municipali”, attraverso il consolidamento di luoghi comuni funzionali alla conservazione dello status quo proprio di ciascuna realtà sociale, economica e produttiva considerata. Il messaggio dei media tedeschi o olandesi (come mostrato grazie al pregevole lavoro di vocidallagermania e prospettivearancioni) per esempio è calibrato per sostenere l’idea che ogni cosa storta dipenda unicamente dalla dissolutezza dei Paesi del Sud e che il voler mantenere in piedi la baracca europea sia segno di una generosa e disinteressata “responsabilità” da parte di quei Paesi. Di come questo messaggio possa distruggere qualsiasi forma di solidarietà le vorrei dare un esempio paradigmatico che traggo da una recente conversazione avuta con un giovane olandese. Mi trovo da alcuni mesi in Olanda per motivi di ricerca. Una domenica di qualche mese fa – prima delle elezioni politiche olandesi – decido di fare una pedalata a una ventina di chilometri a nord di Amsterdam, dalle parti di un ameno villaggio di nome Broek in Waterland. Giunto sul posto siedo in un caffè e dopo aver mangiato qualcosa, noto che un ragazzo, anche lui seduto solo al tavolo e di poco più vecchio di me, mi guarda con viva curiosità. Dopo qualche decina di minuti, mi invita cortesemente a sedere con lui e ci ritroviamo allo stesso tavolo a parlare dei più vari argomenti davanti a una fetta di torta di mele (unica nota positiva della conversazione). Scopro che sua moglie è siciliana e che lui lavora nel campo della finanza. La discussione entra presto nel vivo della situazione politico-economica dei nostri rispettivi Paesi ed emergono alcune divergenze di opinione su questioni quali la moneta unica, il rispetto dei vincoli di bilancio europei, il bail-in e il salvataggio delle banche, i diritti economici e il welfare, ecc. Inevitabilmente si finisce a parlare di austerità, di Monti e della Grecia. Il mio interlocutore, con il tradizionale pragmatismo olandese, concede che la situazione greca è nei fatti irrimediabilmente compromessa e che i Paesi del Nord (più la Francia) o per meglio dire il loro irresponsabile sistema bancario, pesantemente esposto verso quel Paese, rischiano di “segare il ramo su cui sono seduti” nel proseguire con l’accanimento terapeutico a base di tagli e austerità. Tuttavia chiosa con queste parole: The Greeks deserved to be punished anyway. La frase mi è rimasta impressa per la sua brutale carica di violenza moralistica e manichea, che suonava come l’inappellabile sentenza pronunciata da un giudice legittimato in forza di superiori doti umane ad apporre un sigillo di infamia su un intero popolo. Di lì a poco, si finisce a parlare di migrazioni connesse alla logica deflazionistica del progetto eurista e mi permetto di sottolineare il caso di scuola della Lettonia, dove si è assistito all’esilio forzato di circa il 10% della popolazione. Il mio interlocutore di fronte all’ineluttabilità dei numeri e al mio argomento secondo cui non può essere considerato sano un modello economico che considera “naturali” movimenti forzosi di popolazione di tale portata, ribatte dicendo “I see your point, but isn’t it as it has always been and as it should be?”. Tralascio il resto della discussione sul governo Monti, da lui percepito come un’autentica benedizione per l’Italia e il suo sbigottimento al sentirmi apostrofare l’esperienza dei governi tecnici come “criminale”. Inutile dire che ho sempre gentilmente declinato i suoi cortesi e ripetuti inviti a cena nelle settimane successive, per quanto il pensiero di un piatto di sarde a beccafico e arancini promessi dalla moglie sicula ogni tanto m’abbia perseguitato in sogno. Peraltro, trattandosi di un sostenitore del partito socialdemocratico (PvdA) spazzato via alle urne, i nostri contatti si sono bruscamente interrotti quando mi sono scherzosamente complimentato via sms per il brillante esito elettorale del suo partito…Da questa conversazione, di cui non intendo generalizzare in modo indebito la portata, ho però tratto la consapevolezza che l’ethos di un giovane olandese (ma avrebbe potuto essere tedesco, finlandese, ecc.) di buona cultura, con un buon lavoro e una famiglia, va inequivocabilmente nel senso di dividere il mondo in creditori buoni e produttivi (loro) e debitori cattivi e fancazzisti (noi dei garlic states) e in quello di considerare demodé pretese sociali come la sanità pubblica (in Olanda è totalmente privatizzata), un sistema previdenziale garantito dallo Stato, ecc. Insomma una visione del mondo in frontale contrasto con i fatti (molti dei quali distorti o piegati unilateralmente dai media) e soprattutto con i valori che ispirano, ad esempio, il tessuto dell’ordinamento costituzionale italiano.

Per aggiungere un aneddoto nostrano alla teoria dei tanti che si potrebbero raccontare, recentemente ho avuto una discussione con un amico, persona molto preparata ed aliunde estremamente razionale, che vive e lavora in Spagna (Paese del miracolo economico al 20% di disoccupazione…) a proposito della grave minaccia incombente sull’Europa in relazione ai progetti di creazione di una difesa comune. A fronte dei miei argomenti è stato obiettato che sarei entrato in un pericoloso delirio di euroscetticismo antitedesco, e che bisogna credere (sic!) nell’idea di un’Europa più unita. Non finirò mai di stupirmi come persone del genere, che spesso eccellono in vari campi del sapere scientifico e spesso si professano orgogliosamente atei, possano accettare di credere (mai verbo fu più freudianamente rivelatore) ciecamente ai dogmi euristi come l’indissolubilità dell’euro o l’indipendenza della banca centrale. Con intento provocatorio ho detto a questa persona, notoriamente anticlericale, che tale atteggiamento non mi sembrava molto diverso dal credere alla verginità della Madonna o alla Risurrezione con una sostanziale differenza, in favore ovviamente della superiorità dei dogmi religiosi ossia che essi possono almeno vantare duemila anni di ricca tradizione teologica, filosofica, letteraria, musicale ed artistica radicata nella cultura europea; quella stessa cultura che i suddetti dogmi economici stanno progressivamente annientando.

La lezione che traggo da queste esperienze aneddotiche – anche e soprattutto grazie al filtro dei suoi scritti e dei suoi interventi pubblici – è che non esiste alcuna via di rigenerazione del tessuto sociale, civile ed economico del nostro Paese senza che ciascuno, pur nel legittimo perseguimento del proprio bene individuale e familiare, torni a dare un senso concreto, alimentato da una prassi attiva, alle parole “politica” e “solidarietà”. Ho capito che la politica è una cosa troppo importante per lasciarla nelle mani di politici che hanno delegato ogni scelta ad economisti che hanno abdicato ai principi della propria scienza, con la benedizione di giornalisti che hanno rinunciato al fondamentale dovere deontologico di dire la verità. Ho capito che nessuna speranza è possibile senza un rifiuto frontale della mistica dell’assenza di alternative e una ribellione fattiva – ossia attraverso il voto a tutti i livelli delle istituzioni rappresentative – verso tutte le proposte politiche vecchie e nuove che hanno dilapidato (e dilapideranno) il patrimonio di valori, competenze ed esperienze che hanno reso grande questo Paese nel mondo nonostante i suoi molti limiti. Ho anche capito che purtroppo molti italiani, forse più per stanchezza che per mancanza di volontà o umiltà intellettuale, questa lezione l’hanno imparata solo sbattendo la testa contro fatti dalla testa incomparabilmente più dura e che molti altri faranno la stessa fine senza accorgersene se non al momento dell’impatto.

            Non voglio però chiudere su note così pessimistiche. Ci sono anche motivi per avere un minimo di speranza, sia sul piano macro sia su quello micro. Sotto il primo profilo e a prescindere dalle ingenue pulsioni famoerpartitiste, la comunità che si è aggregata attorno al suo blog mi sembra un segno tangibile della voglia di resistenza civile ancora presente nel Paese, con ramificazioni che vanno ben al di là della cerchia dei frequentatori abituali. Il seme del pensiero critico che è stato piantato e i frutti che esso ha prodotto non disseccheranno facilmente. Sotto il secondo e assai più trascurabile profilo personale, devo considerarmi relativamente fortunato. In questi anni ho avuto, oltre a varie tegole relazionali, qualche incoraggiante segno di complicità intellettuale ed umana. La benedizione di compagna totalmente estranea al veleno del politicamente corretto, con cui parlare di queste cose senza timore d’esser preso per matto o fascioleghista. Un vecchio professore di liceo, finissimo grecista ed ebraista (e poi dicono che la cultura classica non serve!) che nel suo a tratti ingenuo ma intuitivo conservatorismo reazionario aveva sempre messo in guardia sui rischi della spogliazione di sovranità e sull’imbroglio eurista. Qualche amico disposto ad ascoltare o a fare da avanguardia, qualche volta con evidenti eccessi e sviamenti teorici, nel “pensare altrimenti”. Insomma, a lei è andata molto peggio, caro Professore. Ma con tutto il carico di fatica e sofferenza di questi anni, che certo le avrà fatto pensare spesso “chi me l’ha fatto fare, era meglio se me ne stavo a suonare il clavicembalo in santa pace”, rimango profondamente convinto, insieme a tanti altri che la seguono, che la sua sia la buona battaglia. Quando verrà il redde rationem sarà un onore essere stato dalla parte di chi almeno ha provato a vincerla.

            Un carissimo saluto e un augurio sincero per il futuro.

Guidubaldo


(...bene: ci sono anche giovini con la schiena dritta, ancorché consapevoli dei rischi che corrono. D'altra parte, quelli con la schiena - o la dura madre - molle abbiamo visto che durano poco: finiscono in pasto a chi li disprezza. Solo una brevissima chiosa: vorrei sapere cosa penserebbe l'illustre cattedratico de cujus se io mi addentrassi sproloquiando nel suo campo, come lui fa nel mio, magari discettando sul fatto che "ci vuole la pena di morte per ristabilire la certezza del diritto", o cazzata similare. E notate bene, qui c'è un'asimmetria, perché le abominevoli scemenze che il caro emerito profferisce con una laevitas, una naturalezza, così, de plano, come stesse constatando che oggi c'è il maestrale, sono smentite dai numeri. Prendete la scemenza del risparmio che si liquefà: Oscar Giannino può permettersi di esternarla, essendo un simpatico uomo di spettacolo pagato un tanto al nastro, e fra l'altro molto efficace nel suo campo di azione - lo show business - ma un uomo di scienza no: nel farlo getta discredito su se stesso e su tutta una disciplina. Come faccio a fidarmi di un settore disciplinare che manda in cattedra uno che ragiona come Giannino, confondendo il potere d'acquisto della moneta sul mercato interno con quello sui mercati internazionali? Lo faccio solo perché sono costretto: purtroppo succede anche nel mio. Non so dirvi cosa sia più grave: se l'ansia di persone incompetenti - nel preciso, specifico e incontrovertibile significato di: prive di esperienza di insegnamento e ricerca specifica nei campi in cui si addentrano, nonché incapaci di fornire evidenza empirica non aneddotica a supporto delle loro strampalate affermazioni - di avventurarsi in campi altrui, o l'incapacità di persone competenti di purgare il proprio settore da chi procede per aneddoti, avendo (lui) gli strumenti concettuali e le basi statistiche per sapere che sta dicendo una scemenza - cosa che invece ai temerari incompetenti necessariamente manca. Sono stanco di vedere il metodo scientifico vilipeso e mortificato da illustri vegliardi che, forti della loro auctoritas - o meglio auctoritass - abusano del principio di autorità per pervertire le menti facilmente impressionabili dei giovani. Questo è, oggettivamente, essere cattivi maestri. Se i giornalisti sono il cancro della democrazia italiana, queste persone, che contribuiscono a diffonderne i "sentito dire" avvalorandoli come verità "scientifiche", sono oggettivamente la metastasi: non se ne può più. La crisi arriverà anche a casa loro: i loro figli, i loro nipoti resteranno senza lavoro. Assisteranno, blaterando di liretta, alla decadenza delle loro famiglie, della quale,  nell'incapacità di elaborare un quadro razionale di analisi, attribuiranno con pericolosa deriva irrazionale la colpa agli altri: se di buona famiglia, agli altri italiani, se di umili natali, agli altri non italiani. Invece la prima colpa è di chi, esercitando il mestiere della scienza, si accontenta di aneddoti e li propala. Questa crisi è in primo luogo il fallimento della missione civile degli intellettuali. Ho per questa persona la compassione di fra Cristoforo per Don Rodrigo, che però una scusante ce l'aveva: lui, dal male che faceva, traeva un tornaconto...)